Le terapie di Terza Generazione

Le terapie di terza generazione sono successive alla terapia comportamentale e  cognitiva, definite rispettivamente di prima e di seconda generazione.

La terapia comportamentale

  • Risale agli anni ’50 e nasce in contrapposizione ad approcci basati su teorie non dimostrabili sperimentalmente.
  • Si basa sulle teorie dell’apprendimento e si concentra su ciò che dell’essere umano è analizzabile in quanto visibile, ossia il comportamento.
  • l razionale sottostante è che gli esseri umani apprendono, tramite rinforzi, comportamenti disfunzionali nel corso della propria vita, ma possono disapprenderli con tecniche di estinzione appositamente studiate.
  • Il limite di questo approccio si rivelò essere la mancata attenzione agli aspetti cognitivi, ossia ai pensieri e vissuti soggettivi, che accompagnano il comportamento, lo causano e lo giustificano.

La terapia cognitiva

  • Viene elaborata per ovviare al suddetto limite della terapia comportamentale, non però per soppiantarla ma per completarla, sancendo la nascita della terapia cognitivo-comportamentale.
  • La terapia cognitivo-comportamentale, oltre ad analizzare i comportamenti disfunzionali, si concentra su pensieri e valutazioni soggettive di situazioni di vita difficoltose per il paziente, analizzandone le distorsioni interpretative, la tendenza a catastrofizzare, o errori cognitivi simili, e ristrutturandole, ossia modificandole.  
  • L’approccio cognitivo- comportamentale, per la sua solida base sperimentale ed efficacia, ha ottenuto il riconoscimento da parte della comunità scientifica, ciò nonostante anche la combinazione tra cognitivismo e comportamentismo ha avuto bisogno di ulteriori sviluppi e miglioramenti a livello di teoria e di tecniche.

Le terapie di terza generazione

  • Le terapie di terza generazione si basano sul cambiamento del rapporto che l’individuo ha con il proprio pensiero e quindi con la propria mente.
  • L’accento non è posto sulla modificazione del pensiero a livello contenutistico, ma sulla capacità di non seguirlo, di non prenderlo come verità assoluta e di osservarlo come farebbe un testimone non coinvolto nei fatti.
  • Insegnano quindi a non immedesimarsi nell’attività mentale, quando questa ovviamente non è opportuna. In termini tecnici, questo processo è chiamato DEFUSIONE.
  • Insegnano inoltre ad accettare emozioni e sensazioni che non sono modificabili, a non lottare contro di esse, perché la lotta non fa altro che esacerbarle.
  • Per ottenere risultati in queste direzioni si utilizzano anche esercizi di mindfulness.

I più noti approcci relativi alle tecniche di terza generazione sono i protocolli Mindfulness Based Stress Reduction (MBSR) e Mindfulness Based Cognitive Therapy (MBCT), l'Acceptance and Commitment Therapy (ACT) e la Dialectical Behavior Therapy (DBT).

ACCEPTANCE AND COMMITMENT THERAPY (ACT)

 L’ACT è un acronimo:

A: Acceptance (accetta i tuoi pensieri e le tue emizioni)

C: Committment (connettiti con ii tuoi obiettivi)

T: Therapy (traduci i tuoi obiettivi in azioni efficaci per raggiungerli)

L’ACT rintraccia le cause della sofferenza umana nell’ “inflessibilità psicologica”, dovuta a sua volta all’evitamento - il contrario dell’accettazione - degli stati interni negativi, (pensieri ed emozioni), alla “fusione” con i propri pensieri, alla mancata aderenza al momento presente e all’incapacità di intraprendere i corretti passaggi per raggiungere gli obiettivi significativi e importanti per l’individuo.

L’accettazione degli stati interni negativi, che derivano dall’attività spontanea del cervello, garantisce che non si metta in atto un repertorio comportamentale disfunzionale, come ad esempio l’evitamento delle situazioni che creano una qualche forma di disagio, ma che nel contempo sono ritenute importanti ed evitate per non provare un’emozione o uno stato psicofisico negativo, come l’ansia. L’accettazione di pensieri ed emozioni negative, fa sì quindi che essi non influenzino le scelte di vita o situazionali.

Componente essenziale dell’accettazione è la capacità di non seguire gli stati interni con un’ulteriore attività cognitiva, disidentificandosi o defondendosi dai pensieri e distanziandosi così dalla sofferenza che essi causano. Sottende a ciò la capacità, che si apprende tramite specifici esercizi, di permettere agli stati interni di entrare e uscire dal campo di coscienza, senza che essi riescano a catturare la nostra attenzione.

Tutto ciò è agevolato dall’atteggiamento mindful, ossia dal contatto consapevole e non giudicante con il momento presente.

L’ACT promuove anche il sé come contesto, ossia la capacità di riconoscere se stessi ben oltre l’aspetto contenutistico dei nostri pensieri e il nostro vissuto. Elementi questi che in qualche modo usiamo per definirci e che come ogni definizione tende a irrigidire e a limitare il cambiamento desiderato.

L’ACT infine pone l’accento sugli obiettivi personali, ossia sulle direzioni verso cui si desidera portare la propria vita e sulla necessità di fare i passi necessari per arrivarci, a prescindere dalle eventuali emozioni negative che possono emergere lungo il cammino.

Svariati studi scientifici hanno dimostrato l’efficacia dell’ACT nella cura dei disturbi d’ansia, delle dipendenze, dei disturbi del tono dell’umore e in situazioni di dolore cronico e stressanti.

MINDFULNESS


La mindfulness, concettualizzata da J. Kabat-Zinn, deriva dalla tradizione classica buddhista ed è uno strumento per raggiungere una modalità di funzionamento alternativo della mente, secondo cui viene accettato incondizionatamente ciò che accade, senza la tensione volta al raggiungimento di uno stato esperienziale differente da quello contingente.

Questo vale anche per i pensieri e per le emozioni, che vengono in questo modo considerati oggetti che entrano ed escono dall’ambito della coscienza, a cui non deve necessariamente seguire una risposta automatica, ma a cui può seguire la scelta di una risposta, la libertà di scegliere come e se rispondere. Si tratta di interporre tra lo stimolo e la risposta, la consapevolezza del momento, la comprensione del momento e di noi stessi nel momento, la capacità di considerarlo senza schemi prefissati, pregiudizi e fissità funzionali. Il momento per quello che è, il pensiero per quello che è, la libertà di fare sia del momento sia del pensiero ciò che si vuole, uscendo da filtri cognitivi che rendono l’interpretazione della vita monotematica e le reazioni automatiche. In questo senso si tratta di rendere le reazioni azioni, azioni consapevoli, in base alla presenza consapevole, la mindfulness. Si tratta di disinnescare il pilota automatico con cui per lo più viviamo e diventare padroni del nostro presente.

Le implicazioni cliniche della mindfulness nascono dall’incontro con la Cognitive Therapy. JohnTeasdale, Mark Williams, professore di Psicologia clinica all’Università del Galles, e Zindel Segal, professore di Psichiatria e psicologia all’Università di Toronto, hanno intrecciato la mindfulness meditation con le tecniche della Cognitive Therapy, dando vita alla Mindfulness-based Cognitive Therapy, con cui sono stati trattati con successo i disturbi depressivi.

Il punto nodale del trattamento è lo spostamento della coscienza rispetto ai sintomi, ossia la coscienza non si identifica con il suo contenuto patologico, ma osserva le sensazioni interne e i pensieri con la calma di un testimone esterno, disidentificandosi da ciò che di negativo il pensiero comporta a livello contenutistico ed emotivo.
E’ come dire che il soggetto non è il sintomo, non è la depressione. Questo induce con la pratica a rendersi consapevoli dei meccanismi automatici che sottostanno a pensieri ed emozioni patologici.

Questi studi e ricerche mettono in risalto che una cosa è la coscienza e una cosa sono i suoi contenuti. Non si tratta di fenomeni necessariamente coincidenti ed è proprio la capacità di lavorare internamente su questa non coincidenza che dà benessere e salute mentale.

Se infatti riusciamo ad attuare un’osservazione attenta ma non reattiva dei nostri contenuti mentali, ossia se riusciamo ad osservare il pensiero, vuole dire che al di là di esso c’è qualcuno che osserva e quel qualcuno siamo noi. Come dicono gli orientali, i pensieri sono le nuvole e noi siamo il cielo, il trucco sta nel non identificarsi con le nuvole ma con il cielo. Il processo dell’osservazione calma le emozioni, diventiamo più distaccati e infine diventiamo padroni delle nostre modalità di risposta e dei nostri stati emotivi.
L’osservazione del corpo, degli stati d’animo, delle sensazioni e dei pensieri ci porterà a identificare un “testimone”, un sé osservatore, una parte di noi che guarda con distacco sia il mondo interno che esterno e che gestisce le risposte all’ambiente con ponderazione meditata, con consapevolezza.

Dobbiamo osservare come nascono le reazioni, il punto di incontro tra gli organi di senso e gli stimoli, come poi si sviluppano. Dobbiamo osservare come nascono i desideri e le avversioni. Dobbiamo essere consapevoli dell’attività di filtro e interpretazione svolta dalla nostra mente e imparare a fermarci alle sensazioni pure, a cogliere l’intervallo fra la sensazione e il giudizio. In questo modo possiamo avere sensazioni non mediate da pregiudizi, da schemi di pensiero o interpretazioni culturali. E’ la realtà colta prima del pensiero.

La pratica della consapevolezza se coltivata durante la quotidianità ci aiuta dunque a sviluppare la nostra capacità di ascolto della mente e ad introdurre la presenza mentale, che spezza gli automatismi comportamentali, cognitivi ed emotivi, garantendo libertà e benessere, ove il benessere è la massima e piena espressione dell’esseri liberi, innanzitutto da se stessi.

Donatella Bielli

Psicologa e Psicoterapeuta Cognitivo-Comportamentale

Via Pasteur 2, 27029 Vigevano
Appuntamenti al 328 4266235

© 2019, Donatella Bielli Psicologa - PI: 13395030151 - Numero iscrizione Ordine Psicologi della Lombardia 4441 - pec: donatella.bielli.243@psypec.it
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