STRESS

Di fronte a una situazione faticosa o difficile (stressor), l’organismo procura l’energia che serve per affrontarla tramite uno specifico processo, reazione o risposta di stress, che consente di adattarsi al mutevole ambiente circostante. H. Selye, a cui si deve il termine e definizione di stress, identificò in questo processo tre fasi:

  1. Reazione di allarme
  2. Adattamento o resistenza
  3. Esaurimento

Questi steps della reazione di stress li definì Sindrome Generale di Adattamento (G.A.S.) e rappresenta il processo difensivo con cui l’organismo si allerta per la presenza di uno stressor, si impegna per superare le difficoltà e torna poi al normale stato di equilibrio.

La G.A.S. si suddivide in:

  1. Reazione da stress acuta: quando le tre fasi si succedono in un tempo limitato
  2. Reazione da stress prolungata: quando lo stress è cronico e la fase di adattamento o resistenza dura giorni, mesi, anni o per sempre.

Lo stress può anche avere una connotazione del tutto positiva, ossia quando porta l’organismo a essere vitale e reattivo. In questo caso si parla dii eustress. Si chiama invece distress quando gli stressors sono nocivi alla salute e abbassano le difese immunitarie.

Gli stressors possono essere rappresentati da:

  1. Eventi di vita sia positivi che negativi (matrimonio, nascita di un figlio, separazione, lutti ecc)
  2. Situazioni fisiche (freddo o caldo eccessivo, abusi di sostanze, limitazioni fisiche di varia natura)
  3. Malattie.
  4. Sciagure

I sintomi dello stress sono fisici (cefalea, dolori articolari, problemi gastrointestinali, tachicardia, extrasistole, vertigini, irrequietezza, insonnia, faticabilità, problemi sessuali, acufeni, inappetenza); emotivi (ansia, rabbia, labilità emotiva, tensione, senso di agitazione, senso di impotenza); comportamentali (alimentazione compulsiva, abuso di alcol, dispersione nell’agire); cognitivi (confusione mentale, distraibilità, scarsa memoria, indecisione).

Terapia

La terapia dello stress verte sull’apprendimento di tecniche di rilassamento che aiutano nella gestione delle reazioni fisiologiche e di tecniche per la gestione dell’ansia, nonchè sull’apprendimento di nuove modalità di reazione agli stressors e

sulla modificazione dei pensieri disfunzionali che mantengono in vita il processo.

Esiste anche un protocollo mindfulness dedicato specificatamente allo stress, la Mindfulness-Based Stress Reduction (MBSR), che si propone di cambiare il rapporto dell’individuo con l’esperienza interna ed esterna in relazione agli stressors.

Stress e lavoro: IL BURNOUT

 Cos’è il burnout?

Il termine burnout, in italiano traducibile con “esaurito”, deriva dal mondo dello sport, ambito in cui designa l’incapacità di ottenere risultati positivi successivi a  quelli già ottenuti o di mantenere il medesimo livello prestazionale raggiunto.

Negli anni ’70 il termine è stato poi ripreso dalla massima esperta di burnout, C. Maslach, per descrivere una condizione patologica che colpisce i così detti “helper”, ossia i professionisti che devono prendersi cura degli altri o ne sono a stretto contatto da un punto di vista relazionale. Rientrano nella categoria: medici, infermieri, psicologi, insegnanti e professioni simili.

Con il passare degli anni sono rientrati nella possibilità di cadere in burnout anche coloro che per lavoro si devono relazionare con il pubblico, quindi avvocati, impiegati in banca, centralinisti, ristoratori e altri.

 

 Quali sono i sintomi?

Le manifestazioni sintomatologiche del burnout sono molteplici. La persona che ne soffre, sente di aver prosciugato le proprie energie a causa di eccessive richieste o  di cambiamenti sostanziali. Non riesce a recuperare nei giorni di riposo e sente di non avere più forze da investire nella vita privata e in ambito lavorativo. Diminuiscono o scompaiono le emozioni positive, che vengono sostituite da ansia e depressione. Decresce anche il coinvolgimento emotivo per lasciare spazio a un atteggiamento indifferente e talvolta cinico. Viene meno l’impegno rivolto al lavoro, vissuto come insoddisfacente, eccessivo o poco stimolante e nel contempo prende il sopravvento un senso di inadeguatezza, che rende precaria la fiducia nelle proprie capacità.

Possono comparire anche manifestazioni fisiche, quali insonnia, tachicardia, cefalea disturbi gastrointestinali e cardiaci.

 

 Quali sono le cause?

Le cause del burnout sono da ricercarsi sia in una specifica vulnerabilità individuale sia nel contesto lavorativo.

Quando un lavoratore o professionista ne è affetto, il suo stato psicofisico si può propagare ad altri membri della medesima struttura e può arrivare a contagiare anche buona parte di una azienda.

Le principali cause ambientali sono: sovraccarico di lavoro; scarsi rinforzi; situazioni di ingiustizia subite; guadagno insoddisfacente; mancanza del senso di appartenenza al contesto lavorativo, turnazione poco consona alle energie o agli impegni familiari.

Le cause individuali sono invece da ricercarsi nella difficoltà a lavorare in equipe; nelle eccessive aspettative; nell’esagerato coinvolgimento nel lavoro a discapito della vita personale; nella tendenza ad avere uno stile di vita iperattivo e in un assetto di personalità chiamato di tipo A, caratterizzato da competitività, aggressività e impazienza.

Terapia

Trattare l’individuo nelle proprie problematiche soggettive e relazionali è di certo l’intervento fulcro, ma non si deve trascurare l’importanza dell’ambiente lavorativo come causa o concausa del problema. Considerare questo secondo aspetto è di vitale importanza non solo per il soggetto in burnout, ma anche per l’organizzazione stessa, perché va da sé che la produttività di uno o più lavoratori non può che incidere sul sistema produttivo più globale e avere costi anche elevati, basti pensare ai giorni più o meno prolungati di malattia. La strategia organizzativa migliore dovrebbe essere quella di non far arrivare al burnout i propri dipendenti, ma di prevenire l’eventualità con una maggiore attenzione alla qualità del lavoro.

Non per tutti i lavoratori però esiste un ambito lavorativo su cui dirigere l’intervento. E’ il caso della categoria degli “helper”, in particolar modo i liberi professionisti, che lavorano in proprio, come medici, psichiatri, psicologi, psicoterapeuti e così via. Dipendenti o liberi professionisti che siano, l’intervento prevede l’incremento delle competenze cognitive e comportamentali per meglio affrontare la situazione lavorativa, previa un’accurata analisi delle problematiche sia personali sia ambientali in gioco. Vengono incrementate le abilità di problem solving e le strategie di coping, le competenze comunicative e relazionali. Si valuta la fattibilità degli obiettivi personali per evitare il senso di frustrazione nel caso in cui siano irrealistici. Si imparano tecniche di rilassamento e gestione della mente. Si considera infine la qualità della vita personale e lavorativa.

Stress e lavoro: MOBBING

Il significato di mobbing è “molestia”, “angheria”. Il termine nasce in ambito etologico, in cui viene coniato dal grande etologo Konrad Lorenz per descrivere i comportamenti aggressivi messi in atto dai membri della medesima specie con lo scopo di isolarne un componente. Il significato attuale risale agli anni ’80 per merito dello psicologo H. Leymann, che ha definito il mobbing come un comportamento sistematicamente ostile perpetrato da uno o più soggetti nei confronti di un singolo individuo. Non ci sono definizioni precise dei comportamenti che definiscono il mobbing. In generale si tratta di atteggiamenti umilianti, di derisione ed esclusione dal gruppo o della divulgazione di falsità sulla vittima.

Il mobbing è soprattutto conosciuto in ambito lavorativo, in cui si manifesta con atti vessatori da parte di colleghi o del datore di lavoro al fine di emarginare e allontanare un determinato individuo. In questo contesto si distinguono tre forme di mobbing:

  • il mobbing verticale, anche chiamato “bossing”, che consiste in azioni mobbizzanti messe in atto da un superiore rispetto alla vittima. Questa è la forma più frequente di mobbing e si esplica con comportamenti premeditati di violenza psicologica e di esclusione da situazioni privilegiate, di cui beneficia invece il resto dei dipendenti.
  • il mobbing orizzontale, in cui a compiere l’azione è un collega o sono più colleghi e il perseguitato è un pari a livello gerarchico, di cui viene screditata la reputazione o la posizione lavorativa.
  • il mobbing dal basso o low mobbing, che consiste in azioni volte a screditare uno o più esponenti di spicco di un’azienda, talvolta per motivi banali, come antipatia o invidia, oppure perché si ritiene sia o siano responsabili di vicende economiche sfavorevoli. In questo caso chi agisce nella direzione del mobbing sono i dipendenti, da cui la definizione “dal basso”.

Il mobbing non è presente solo in contesti lavorativi. Si può essere infatti vittima di mobbing in ogni contesto che prevede una dimensione di gruppo:

  • mobbing scolastico, in cui la vittima può essere vessata sia da altri studenti (bullismo) sia dagli insegnanti. Spesso questo accade per divergenze di idee o per pregiudizi riguardo al credo religioso o l’etnia dello studente. Anche nel mobbing scolastico può accadere che l’azione avvenga dal basso verso l’alto. Gli studenti in questo caso possono coalizzarsi contro docenti spesso ritenuti poco autorevoli.
  • Mobbing familiare, in cui uno dei coniugi, frequentemente separati, vuole estromettere il partner dalla gestione della vita dei figli, oppure uno dei partner vessa l’altro per ottenere l’abbandono della casa coniugale o la separazione consensuale.

 

Sintomi riscontrabili nella vittima di mobbing

Prevalentemente:

  • Ansia
  • Depressione
  • Disturbo post-traumatico da stress
  • Disturbo acuto da stress
  • Disturbo da disadattamento lavorativo
  • Senso di impotenza
  • Diminuzione dell’autostima
  • Problematiche fisiche
  • Insonnia e/o incubi

 

Come ci si difende dal mobbing

 In Italia non esiste una legge specifica per il mobbing, ma ci si può appellare a varie articoli della Costituzione italiana, in cui sono previsti gli elementi caratterizzanti il fenomeno. Alcuni centri di medicina del lavoro si occupano di determinare se la situazione lamentata dal soggetto sia realmente definibile come mobbing e forniscono la documentazione necessaria per intraprendere un’azione legale.

Anche alcune organizzazione sindacali assistono legalmente e svolgono attività di consulenza a riguardo.

Il mobbizzato deve infatti dimostrare di essere stato vittima di atti vessatori e che tali azioni si siano ripetute nel tempo. Deve inoltre fornire prove dei danni subiti (morali, fisici, patrimoniali ecc) esibendo certificati medici, psichiatrici e psicologici e non ultimo deve dimostrare che vi sia un nesso di causa effetto tra il danno subito e il comportamento mobbizzante sul luogo di lavoro.

 

Terapia

Generalmente la sintomatologia generata da una condizione di mobbing rientra nei disturbi d’ansia, per i quali si usano gli strumenti classici cognitivo-comportamentali di trattamento.

Nel caso si sia in presenza di un disturbo post-traumatico da stress, può essere efficacemente utilizzato l’EMDR.

Vengono poi insegnate tecniche di gestione dello stress, di problem solving e di assertività.

Si lavora anche sull’autostima e sul senso di autoefficacia e si sviluppano le abilità di coping utili per affrontare la situazione lavorativa.

"Tu non parli mai con il tuo corpo, non lo degni mai della tua attenzione, lo abbandoni sempre a sé stesso, ai suoi processi automatici. Non devi stupirti poi se un giorno o l’altro il tuo corpo si ammala. Si è logorato nei suoi automatismi tensivi, nel suo stress solitario. Parla con il tuo corpo e digli di rilassarsi, perché non c’è niente che lo minaccia, è al sicuro nelle tue mani, tu lo assisti e lo proteggi. Vedrai che alla fine il tuo corpo imparerà a rilassarsi.".

Giulio Cesare Giacobbe

stress cit

Donatella Bielli

Psicologa e Psicoterapeuta Cognitivo-Comportamentale

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Appuntamenti al 328 4266235

© 2019, Donatella Bielli Psicologa - PI: 13395030151 - Numero iscrizione Ordine Psicologi della Lombardia 4441 - pec: donatella.bielli.243@psypec.it
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